Le variazioni di Sarah

Libere contaminazioni del testo “Psicosi delle 4 e 48” di Sarah Kane.


2 storie vere come un quadro dentro una cornice




PRIMA CORNICE


Buio. In video c’è una scritta: “SARAH MUORE!”


Luce al centro della scena. Musica. Fino agli squilli del telefono.


La protagonista della cornice che chiameremo Sara, è ferma al centro. Indossa un abito grigio e liso con delle bretelle sulle spalle e dei grossi bottoni davanti. E’ scalza, il volto pallido, molto affaticata.

Squilla il telefono ripetute volte, Sara non rispnde.

Sarah non sa che fare, cresce l’affanno.


Sara

Eseguendo la Figura 2 “UFFICIO” del Vocabolario di Sara Kane (da ora VSK)

Mi guardano, mi giudicano.

Ma io non sono qui e non ci sono mai stata.

E mi chiedo perché tutti sorridono e mi guardano come se conoscessero segretamente la mia dolorosa vergogna.


Eseguendo la Figura 3 “FUGA” del VSK

Io non sono io, io non sono io… (altre 3 volte fino al centro della scena)


Eseguendo la figura 1 “IO-NON-SONO-IO” del VSK

Io non sono io!


Eseguendo la figura 4 “IO-FACCIO-SCHIFO” del VSK

Sono stufa e insoddisfatta di tutto, sono un fallimento completo come persona. Sono colpevole, vengo punita. Ho perso interesse negli altri, non riesco a prendere decisioni, non riesco a mangiare, non riesco a dormire, non riesco a pensare. Sono grassa, ho i fianchi troppo grandi. Disprezzi tutte le persone infelici o me in particolare?credi che sia possibile che una persona nasca nel corpo sbagliato? NON VOGLIO, NON VOGLIO, NON VOGLIO, NON MI GUARDARE. Ingrassata, arenata, scaraventata lontano; il mio corpo scompensa, il mio corpo vola in pezzi.



PRIMA STORIA


Buio. In video c’è la scritta: “LA STORIA DI NADIA”


Luce. Musica.

La protagonista della prima storia è Nadia, la prostituta Moldava. Sara sfila l’abito grigio e ne indossa uno succinto. Infila scarpe con i tacchi, si trucca ed indossa una vistosa parrucca bionda. Accende una sigaretta. Ora è identica alla protagonista del video.


Nadia

(Sara è ancora al centro della scena. C’è musica. Sfila l’abito grigio)

Eseguendo la figura 10 “RIDO” del VKS

Il mio nome è Nadia.

Mi considero una ragazza fortunata nella Moldavia di oggi. Ora che tutto è finito. Presto sarò a casa da mio figlio. Tutto ricomincerà. Anche se so che nessuno potrà restituirmi la vita che ho perso. E comunque ho smesso di sentirmi in colpa per essere stata giovane, ingenua, piena di vita. Ed è già tanto!


(Nadia va verso i vestiti. Dietro a destra. Ne indossa uno e prende una borsetta) Il mio nome è Nadia. Un figlio a 18 anni. All’improvviso, senza pensarci troppo.

Un marito benestante e una vita apparentemente tranquilla. Anche felice.


Eseguendo la figura 11 “MORTE” del VSK

Un giorno lui viene ucciso. Mio marito muore. Ed io torno nella miseria.

Ero disperata: mio figlio cresceva ed io non potevo dargli quello di cui hanno bisogno i bambini.

Katia, la mia amica, mi diceva che non meritavamo quella miseria, che dovevamo fare qualcosa per cambiare la nostra vita.


Eseguendo la figura 12 “L’ESTETISTA” del VSK

(Nadia si sposta verso il centro) Ci fidammo di Ivan. Eravamo ingenue.

Ivan dice: “due ragazze belle come voi, ma cosa ci fanno ancora qui? L'Europa vi sta aspettando a braccia aperte! Non avete soldi? Non preoccupatevi”.

Katia dice: “… ma sì Nadia, Ivan ha ragione. Cosa aspettiamo ancora?”

Eravamo ingenue e credemmo che l’Europa ci avrebbe salvate dalla miseria.


Eseguendo la figura 13 “L’AMARA REALTA’” del VKS

Ivan ci procura passaporti falsi ma, arrivati in Ungheria, scompare nel nulla.

(Nadia si sposta dietro a sinistra dicendo: ) Ci prende in consegna un nuovo accompagnatore e con lui, io e la mia amica Katia, ci rendiamo conto di cosa si tratta.


Eseguendo la figura 14 “IL PESTAGGIO” del VKS

(Nadia si siede ed infila la parrucca) L’Ungheria è… botte, maltrattamenti, violenze d’ogni genere tanto da credere d’aver toccato il fondo.

Mi sbagliavo. Katia sbagliava.

Katia dice: “Cazzo Nadia mi sento responsabile per quello che ci accade”

Io dico: “No Katia, non siamo noi a doverci sentire in colpa” (Nadia si alza)

(Nadia si sposta davanti a destra) Prossima tappa: Albania!

Albania è… molto più dell’Ungheria: veniamo vendute con una specie di sorteggio a due albanesi, come se si trattasse di formare coppie di danza. Ci troviamo in un capannone con tante altre ragazze e siamo sorvegliate da uomini armati. Ci aspetta un periodo di preparazione se vogliamo fare le prostitute in Italia! Passa un mese e ringrazio Dio di essere ancora viva.

Katia dice: “Sento che moriremo”

Io dico: “Forse”

(Nadia si sposta davanti e si trucca) Prossima tappa: Italia! Senza Katia però. Altra compagna. Eva.

Italia è… molto più dell’ Ungheria. Molto più dell’Albania.

Con Eva arriviamo a Torino; ci portano in una casa vuota: è la prima sera e già ci chiedono di prepararci, quasi nude, truccate da schifo, con questa ridicola parrucca in testa. Ci sbattono su un marciapiede dove aspettiamo i clienti.

Soldi, molti soldi, tanti soldi, sempre soldi.


Eseguendo la figura 15 “IL MOSTRO” del VKS

(Nadia si sposta avanti. A sinistra) I primi giorni vomito continuamente. Eva dice come farmelo passare. Eva dice: “pensa ad altre cose, Nadia, scordati di avere un corpo”.

Tra l'altro loro, i padroni del mio corpo, sono schifati della mia sporcizia, non si divertono più. Io dico: “Meglio così, vero Eva?”

“Sì meglio, dice Eva, meglio cento clienti che uno di loro! Meglio mille clienti che...”

Io grido: “No, Eva. Sono tutti uguali. Tutti assassini! Tutti porci assassini!”

Ride Eva. Ride quando mi arrabbio e sfilo la parrucca ed impasto il trucco sul viso e sputo a terra, sputo, sputo… (Nadia sfila la parrucca con violenza, la butta a terra, strofina il trucco sul viso e sputa a terra diverse volte).

Eva dice: “Nadia… sembri pazza!”

(Nadia si sposta dietro, a destra. Va un attimo al telefono) Dopo un mese arriva la ricompensa: la telefonata a casa. Niente lacrime o accuse, sennò sono botte. Dopo un mese, giorno più giorno meno, siamo vendute ad un altro albanese e ci trasferiamo a Milano in un appartamento con altre ragazze. E così tutto ricomincia da capo. La strada, i clienti, le aggressioni, il freddo, la paura, le malattie, le richieste strane, l'umiliazione ed io che sputo, sputo lo schifo…

(Nadia si sposta davanti, a destra) Eva che dice “Nadia… sembri pazza!”


( Nadia sfila le scarpe e le butta a terra. Va dietro a sinistra) Succede tutto in una settimana.

(Nadia prende la sedia e la porta davanti) Scendo alla stazione e decido di parlare con un poliziotto. Improvvisamente. Senza alcuna premeditazione.


Eseguendo la figura 17 “IL DUELLO” del VKS

(Nadia resta in piedi vicino alla sedia, si guarda intorno)

“Devo farlo, devo farlo, devo farlo!” Continuo a ripetermelo in testa. Ripetere è come cancellare la paura. Sono pazza. Sono pazza. Sono pazza… Eva ha ragione: sono pazza.

Afferro il poliziotto per un braccio: “Ho bisogno di aiuto, sono in pericolo ma non ora, ora non ho tempo… lui sa precisamente quanti minuti servono per arrivare alla destinazione finale, mi segue. Vieni sul treno, poliziotto, vieni e non chiedere nulla. Non ora!”

E così parliamo sul treno. Io e il poliziotto. Non riesco a raccontare tutto. La sera successiva si fa trovare con due colleghi. Io e tre poliziotti. Organizziamo il piano e mi chiedono se me la sento: “Certo che me la sento. Me la sento cazzo, per la mia libertà. Per mio figlio. Per il nostro futuro, cazzo!”

Eva dice: “Nadia, tu sei davvero pazza!”

Una delle mattine successive sono con quel maiale dell’albanese. Preferisce fare colazione fuori in un bar. Cappuccino e cornetto. Se la ride perché non se l’aspetta. Crede di essere onnipotente con in mano la vita delle sue schiave. Per sempre!


Eseguendo la figura 16 “L’ALTALENA” del VSK

Lui dice: “Siediti Nadia. Prendi un cappuccino”.

Faccio no con la testa. Sono nervosa ma non ho paura. Controllo il respiro. Il cuore mi batte ne petto, lo sento. Mi sembra d’annegare ma resisto.

Rimango seduta e tiro fuori dalla tasca i soldi. Faccio appena in tempo a darglieli quando quattro persone lo fermano seduta stante. Io e quattro poliziotti.

E' inferocito il maiale albanese, riescono a malapena a tenerlo fermo ma è anche terrorizzato. Mi sento qualche metro sopra terra. Mi sento bene. Mi sento forte. Sono matta! Ho davanti agli occhi il volto della mia amica Nadia, di Eva e di tutte le altre schiave che hanno venduto i corpi per non morire.

Al maiale, al mio maiale finalmente ammanettato, gli dico tutte le parole brutte che conosco in albanese: “Figlio d’una cagna bastarda e schifosa. Stronzo d’un albanese con il cazzo moscio. Hai la merda nei pantaloni ora eh? Figlio d’una cagna bastarda albanese!”

Mi sento bene e voglio piangere ma non ci riesco.

Mentre se lo portano via, il maiale, raccolgo la tazza e il cornetto e il contenitore dei tovagliolini di carta. Metto tutto sul tavolo, tutto a posto, come non fosse successo nulla. I camerieri sono impietriti. Gli altri clienti tutti in piedi, terrorizzati.

Dico: “Chiedo scusa, signori, ora è tutto finito, tutto finito”. (Nadia raccoglie i soldi a terra, sistema la sedia)

(Nadia si sposta dietro a destra con la sedia. Verso gli abiti) Mi considero una ragazza fortunata nella Moldavia di oggi. Ora che tutto è finito. Presto sarò a casa da mio figlio.

E tutto potrà ricominciare.



SECONDA CORNICE


Buio su Nadia che si spoglia. Musica.


Nadia toglie gli abiti. Di nuovo Sara, senza parrucca ed il vestito grigio con le bretelle.


Luce su Sara. Davanti, a destra.


Sara

Sara si sposta davanti a destra e parla come in figura 8 “IL CORPO/VOCE SCHIZO”

Sento che il futuro è senza speranza e le cose non possono migliorare: vorrei UCCIDERMI.

Galoppo verso la morte. Alle 4 e 48. Quando la disperazione mi fa visita, mi impiccherò. Non voglio vivere. Ho deciso di consegnarmi alla morte quest’anno.


Sara viene al centro. Inizia come un dialogo interiore: è lei che si fa domande e si da delle risposte. Sara alza ed abbassa il capo in maniera intermittente. Anche il movimento delle braccia, ora conserte ora giù sulle cosce, è alternato

Hai deciso cosa fare, Sara?

Mi faccio un’overdose, mi taglio le vene e m’impicco

Tutto insieme, Sara?

Così non potranno dire che era una richiesta d’aiuto

Non funzionerà, Sara

Ed invece sì che funzionerà!

Comincerai ad abbandonarti all’overdose, Sara, e non avrai la forza di tagliarti le vene

Ed invece starò in piedi sulla sedia con un cappio intorno al collo

Sei malata, Sara!

Non è vero! Sono depressa. La depressione è rabbia. Non altro che rabbia. Dopo le 4 e 48 non parlerò più. VAFFANCULO, VAFFANCULO (alcune volte e mentre si morde i polsi e sputa a terra)

Sara, cosa hai fatto al braccio?

L’ho morso e l’ho sputato.

E’ un gesto da persone immature in cerca di attenzioni. Sara.


Come in figura 7 “WOBBLY”, Sara gira con le braccia aperte ridendo

Diagnosi: Stato di sofferenza psicologica. Sertralina 50 mg. Zopiclone 7.5 mg. Melleril 50 mg.

Lite con il dottore giovane dopo che

Ho morso il braccio e l’ho sputato. Rifiuto ogni ulteriore cura.


Sara corre da una parte all’altra ripetendo più volte

Io non sono io…


Sara è in ginocchio come in figura 5 “CONTENZIONE A LETTO”

Non voglio, non voglio… Non mi guardare!


Sara ancora in ginocchio. Ora come in figura 8 “il CORPO/VOCE SCHIZO”

Non finirà mai. La disperazione mi spinge al suicidio, una disperazioni che i dottori non riescono a curare e non vogliono capire.

100 di Lofepramina, 5 di Zoplicone, 25 di Tenazepam e 20 di Melleril: tutto quello che avevo giù in gola. Un taglio sulle braccia. Impiccata. E’ fatta! Alle 4 e 48!

(Alzandosi in piedi) Guardatemi, scompaio.

Guardatemi.

(E’ ora in piedi) Guardatemi.


Sara è in piedi. Come nel precedente dialogo interiore. Il capo va su e giù in maniera intermittente

No, Sara. Aspetta

Cosa “aspetta”? Cosa? Ancora quella Nadia?

No, Sara. Non è Nadia ora. Aspetta, Sara.

 


SECONDA STORIA


Buio. Musica. In video: “LA STORIA DI LEYLA”


Sara si spoglia dell’abito grigio ed indossa il nuovo abito di Leyla.


Leyla è al telefono con Sara.

Dai rispondimi Sara... rispondimi! Pronto? Eccoti finalmente: no, non chiudere, aspetta Sara, ora ti racconto. Devi ascoltarmi: io potrei essere la tua ultima spiaggia.

E’ così che mi sento.

E’ così che mi vedi, vero Sara?


Leyla chiude il telefono. Lo guarda e parla come fosse Sara

Potrei dirti che io ero come te, che avevo il tuo stesso orizzonte scuro, che mordevo e sputavo i miei polsi, che ridevo del dottore che non capiva il mio male…

No, Sara, io non ero come te. Ma devi ascoltarmi lo stesso.

Perché dopo di me potrebbe non esserci più nulla, Sara.


Si sedie. Al centro

Il mio nome è Leyla.


Eseguendo la figura 18 “LA VERGOGNA” del VKS

L’altro nome, l’unico che devi ricordare in tutta questa storia è Marco.

Ricordalo Marco, Sara. Ricordalo bene. Marco.

Marco mi amò all’improvviso, senza neanche dirmi il perché. Mi prese senza violenza anche se io non sapevo cosa stesse per fare.

Glielo avrei impedito se avessi saputo?

Non so, Sara. Non lo so se glielo avrei impedito. So che non lo aspettavo in quel momento. Marco era nei miei pensieri ma… non nel mio corpo.

No, non lo stavo aspettando quando entrò d’improvviso dentro di me.


In piedi. Eseguendo la figura 19 “IL MIO UTERO E' GONFIO” del VKS

Non passò molto tempo da quel giorno e sentii presto quella cosa estranea dentro di me, sentii d’essere stata riempita da una sostanza aliena che si stava impadronendo del mio corpo.

Non dissi nulla a Marco poiché non era previsto che lo facessi: era nei miei pensieri, Marco, non nella mia vita.


Leyla si precipita di nuovo al telefono

Sara... ci sei ancora, Sara?

Devi ascoltarmi, Sara. Ma... ma... cosa dici? No, non la voglio la crema di whisky. Ti sembra questo il momento di...

Sara: devi ascoltarmi. Questa potrebbe essere la tua ultima spiaggia.


Lascia il telefono. Si alza. Le mani sui fianchi. Guarda di nuovo la sua pancia.

E poi cosa avrei potuto dirgli? Che a malapena riconoscevo il mio corpo da quando questa cosa nuova ed inaspettata lo stava possedendo?

Marco non conosceva il mio corpo, avrebbe riso delle mie parole.


Le mani scivolano sulle cosce. Leyla è lapidaria.

Il mio pensiero fu: “qualunque cosa sia, non mi piace”.

Per questo decisi di sterminarla.

Ora vorresti sapere se io mi senta in colpa per quello che decisi.

Non so cosa sento.

So invece che devi ascoltarmi, Sara. Devi ascoltarla tutta la storia di Leyla e del suo compagno Marco.


Ha i brivi di freddo. Lascia il telefono e va a prendere la sedia. La porta al centro e si siede

Sai cosa sentivo? Feddo. Si, freddo!

Sentivo qualcosa di alieno che mi nuotava dentro, sentivo la presenza di un’altra creatura che spingeva per uscire comprimendomi la carne, strappandomi la pelle. Sentivo dentro di me un’altra creatura che non mi piaceva affatto perché non volevo accettare una presenza che non avevo pianificato e neppure sognato.


In piedi Il mio pensiero fu: “Provo fastidio per gli eventi non programmati”.

Va verso il telefono. Di nuovo Non giudicarmi, Sara: sapevo quello che volevo, sapevo che se c’era qualcosa che doveva crescere, ebbene quella cosa ero io stessa, non solo il mio utero.

Tu pensi che avrei dovuto parlare con Marco?


Si allontana sulla diagonale, come per andare via. Cammina all'indietro Io non volevo parlarne, non avevo nulla da dire a riguardo, non avevo parole per dirlo e non volevo cercarle: non mi piaceva sentire ciò che sentivo… una spiacevole sensazione di spiazzamento… là non era più là, questo non era più questo, ciò che era stato mio non lo era più.


E' a terra a tracciare linee direzionali che poi cancella Sai cosa sognai? Io sognai una moltitudine di scarafaggi. Si arrampicano sulla mia schiena, si fermano sulla nuca e li si radunano: il loro sciamare è come un’anestesia perversa, un brulicare senza posa che mi rimescola e mi toglie sensibilità.

Avrei dovuto dire a Marco dei miei scarafaggi?

Non avevo parole per dire i miei pensieri e neppure pensieri per pensare le mie visioni.

Le immagini sparute mi si affollavano dentro riempiendomi lo spazio mentale ma non il mio corpo. Il mio corpo non era più spazio vuoto, non era riempibile, non era più mio ed io non ero più io.

Io… non ero io!


Da dietro viene davanti come giocando a campana Io ero: un lago costruito artificialmente in cui nessuna altra forma di vita potrebbe mai sopravvivere se non il più debole e minuscolo pesce d’acqua salata, un pesce di vetro, pesce di ferro, pesce di piombo che mi lacera la carne, mi mastica le ossa, un pesce di pietra, pesce di metallo, pesce di cristallo…


Ora va dietro verso sinistra camminando di fianco, come se avesse le spalle al muro Era lì, dentro di me, vivo a rubare il mio cibo, a succhiare il mio sangue.

Da dove è venuto? E perché? Io non l’aveva invitato, non l’avevo invocato, non l’avrei fatto neppure se costretta con la forza…


Torna davanti saltando su un piede. Come giocando Sentivo di avere un tappo di sughero. Piantato saldamente in testa. Sì, un tappo di sughero . Avvitato stretto stretto. Dentro il cervello. A fermare il flusso dei miei pensieri.


Va via, dietro, in equilibrio come se camminasse su una fune Claustrofobia, ecco ciò che sentivo. “Claustrofobia” lo dissi pure!

“Usciamo da qui. Mano nella mano!” Urlai a me stessa


Fui accusata di omicidio. Stavo lì, immobile, la faccia come una maschera di pietra, intenta a scrutare lo spazio tra il mio corpo e l’oggetto più vicino.

Ma intanto, sapevo d’essere stata padrona del tempo e del corpo. Sapevo d’essere stata una donna con la forza di decidere su tutto.

Marco non lo sapeva. Ma lo imparò. Piano piano. Andò via sputandomi tra i piedi.

Quando tornò, non molto tempo dopo, non disse nulla ma io capii che aveva capito. Lo capii perché quando fui io a sputare tra i suoi piedi, Marco, con il coraggio di chi sa di aver sbagliato, abbassò lo sguardo.

Entrò di nuovo nel mio corpo ma… diversamente poiché sia io che lui lo stavamo desiderando.


Questa nuova sostanza che ora custodisco come fosse parte di me, non mi è affatto estranea, non mi addolora, non mi strappa la pelle ma mi completa, mi trasforma, mi accresce.


Sono io, Leyla, la compagna di Marco. Posso dirti che sono una ragazza fortunata, Sara.







EPILOGO


Buio. Musica. In video la scritta: “VUOI ANCORA UCCIDERTI SARAH?”


Sara

(Sara è al centro della scena) No… uccidermi ora? (sorride) Non è necessario. No. Non ora. Forse mai. Mai. Non forse… certo, è certo che mai.

(Sara ride. Squilla il telefono, Sara lo osserva e poi risponde finalmente. E’ felice) Pronto… ah sei tu? Ciao!


Buio. Musica. In video la scritta “SARAH VIVE!”