QUADRO 1
L’INTERROGATORIO
Joe è seduto. Ha un piccolo quaderno in mano. E' come se parlasse sotto interrogatorio e rispondesse alle domande di due poliziotti, uno alla sua destra, l'altro a sinistra.
E' solo un quaderno: ci sono alcune canzoni, qualche spartito...
No capisco come possa essere utilizzato come prova a mio carico!
Non ho nulla da aggiungere.
Ho detto tutto quello che avevo da dire.
Non posso essere io a portarvi il colpevole su un piatto d’argento.
L’assassino… sì dico, quello vero, dovete cercarvelo da soli: diamine, siete la polizia investigativa dello Utah, siete il fiore all’occhiello del governatore Spry…
E allora, cosa volete ancora da me?
Per l'ennesima volta: non sono stato io ad uccidere John Morrison e suo figlio Arling perché quella notte non ero in quel maledetto negozio, sapete benissimo che ero altrove, sì lo sapete... dico: ma che storia è questa? Voi mi state raggirando, voi volete incastrarmi, è evidente! Non volete sentire ragioni eppure continuate a farmi domande, domande, domande. Ma a che gioco stiamo giocando?
Non sono io l’ uomo giusto che dite di aver catturato.
Dovete convincervi che sono innocente ma non posso essere io a dirvi perché.
Siete invece voi che dovete dirmi perché sono colpevole: è una semplicissima deduzione logica.
Mio Dio, gli Stati Uniti d’America che prendono lezione di investigazione da uno straccione, un operaio senza un lavoro fisso e senza una specializzazione, per giunta immigrato dalla Svezia: sono solo un minatore... ed anche un po’ spaccalegna, un po’ contadino, senza terra s’intende e... scaricatore anche , un vero e proprio topo di porto a un dollaro al giorno! Un dollaro al giorno, un dollaro al giorno, questa è la mia paga!
Non io ma voi dovete dimostrare la mia colpevolezza.
Insomma: negli Stati Uniti d’America il diritto a un processo giusto vale la vita d’ogni uomo molto più della mia! La mia vita che costa appena un dollaro al giorno!
Ho detto tutta la verità, nient’altro che la verità e non posso aggiungere nulla anche se a chiedermelo fosse Wootrow Wilson, il Presidente degli Stati Uniti d’America in persona.
Andate pure da Spry a dirglielo, diteglielo al vostro signor Governatore dello Utha: “Lo svedese dice che siamo noi a doverci cercare l’assassino dei Morrison!” diteglielo! Con tanti saluti da Joe, lo svedese!
Ho davanti la faccia di Spry… “Se non confessa lo ammazziamo!”
Certo, per lui la vita... la morte: una questione di piccolissime differenze.
John Morrison non era certo il mio uomo e mai avrei messo in gioco la mia libertà per uno come quello. Valgo niente ma… non sono uno stupido, non sono uno stupido, no! Soprattutto non sono un assassino!
Non sono io il vostro uomo.
Sissignore, sissignore, sissignore... per l'ennesima volta: il mio nome è Joel Emmanuel Haggland!
Certo signore: massimo rispetto per la polizia investigativa!
E massima collaborazione!
No, nessuna reticenza, signore!
Ho scelto di non avvalermi della facoltà di non rispondere, signore!
So che c'è in gioco la mia vita, signore!
Conosco i miei diritti ma so chi comanda qui dentro, signore!
Nossignore, non posso confessare un crimine che non ho commesso!
Agli ordini, signore: seduto!
In piedi, di nuovo signore!
Seduto. Ancora!
In piedi! Agli ordini, signore!
Certo, signore: so che potrei andare avanti all'infinito.
So chi comanda qui dentro ma non posso assolutamente confessare quello che state aspettando, signore!
Di nuovo: il mio nome è Joel Emmanuel Haggland. Signore!
Più forte, più chiaro: IL MIO NOME E' JOEL EMMANUEL HAGGLAND!
Joe si alza. Va a prendere gli attrezzi da lavoro.
Il mio nome è Joel Emmanuel Haggland. Sono nato il 7 ottobre del 1879 a Galve, in Svezia. Eravamo in 8 a casa. 10 con mio padre e mia madre.
Mio padre Olaf era nella ferrovia. Morì in un incidente sul lavoro, pace all’anima sua. Morì anche mia madre, non molto tempo dopo. Arrivai in America con mio fratello Paul e… cambiai il mio nome: Joseph Hillstrom prima, poi Joe Hill così come mi conoscete.
Qualcuno dice che lo feci per sfuggire alla giustizia. Posso dirvi che così facevano in molti quando sbarcavano negli Stati Uniti d’America! Lo facevano per integrarsi prima, per farlo meglio.
E poi chi volete che avrebbe preso a lavorare uno con un nome così difficile? Haggland… Hillstrom… Meglio Joe, Joe Hill!
Sono bravo a suonare l’organo, il violino, la chitarra e la fisarmonica.
Ma non sono un musicista evidentemente anche se quella strada la provai quando me ne andai a suonare per un po’ il piano in un locale di New York. Ero giovane e pensavo di poter campare con la musica e le canzoni.
Mi corciai le maniche presto: minatore, spaccalegna, contadino, scaricatore di porto… e chi se ne ricorda più! Tanti lavori diversi ma tutti da servo e agli ordini di uomini prepotenti, i proprietari d’industria!
Non avevo scelta: mi iscrissi al sindacato per non diventare un assassino. Perché io volevo ammazzarli quei prepotenti, certo che lo volevo! Ma non ero un assassino. Certo è che non capivo quello che dicevano i compagni del sindacato ma... meglio stare lì ad ascoltarli che finire in galera.
Joe ha una corda in mano. Come se si stesse rivolgendo a Charlie, un taglialegna arrampicato su un albero
Eravamo pronti a cominciare il turno di lavoro in mezzo agli alberi.
Charlie, il ragazzo che saliva sugli alberi, era appollaiato sul tronco ed aspettava che io gli passassi la corda.
Ehi Charlie, prendi la cima di questa corda e falla passare su quel tronco, quello grande, in alto. Ecco poi fai due giri intorno ai fianchi ed annodala bene. Devi ascoltarmi se non vuoi finire a terra come quello dell'altro giorno!
Il tronco che devi tagliare è quello grosso che hai davanti. Appena lo senti scricchiolare devi metterti ad urlare forte; devi darci il tempo di scappare qui sotto!
Bisognava tenere gli occhi bene aperti se non volevi crepare sotto quegli alberi alti.
QUADRO 2
LA LOTTA PER LA LIBERTA’ DI PAROLA
A destra, seduto su una cassetta di legno. E' in pausa. Ogni tanto si rivolge al taglialegna Charlie appollaiato sul tronco.
Era un giorno come gli altri, sole, buoni propositi, poca voglia di lavorare ma solo un minuto per godercela: un piatto di fagioli freddi, un po' d'acqua ed un sigaro, uno solo per tutti quanti poi infilati dentro, in mezzo a quegli alberi alti.
Charlie ci guarda da lassù e dice: “State così stretti così da sembrare pinguini stipati”.
Io, per la verità, non è che di legna ne spaccassi molta, sì perché avevo un compito apparentemente privilegiato..
Ok Charlie aspetta... ora lo dico: beh sì, il privilegio finiva laddove sentivo trattare male i miei compagni spaccalegna.
Il mio compito era anche questo: fornire informazioni su di loro. Qualsiasi cosa, anche un minimo di insofferenza. I proprietari degli alberi non potevano sopportare insofferenze, facevano male al buon ritmo della continuità, non ti potevi permettere di stare un po’ triste o di manifestare piccoli segni di malinconia. Dovevi avere il sorriso sempre stampato in faccia, anche finto ma sempre.
La cosa particolare era che quei maledetti proprietari di alberi sapevano benissimo che per circa sette anni ero stato un militante del sindacato con lotte toste dietro le spalle ma a loro questo pareva non interessare e mi avevano preso a lavorare, un dollaro al giorno e mansioni di merda.
Io non ci stavo: non comunicavo niente di vero, spesso sviavo i proprietari.
Ricordi Charlie?
Una volta consigliai a Charlie di rivolgersi ad un mio amico del sindacato per questioni di giornate non pagate passate a buttare giù alberi. I proprietari di quegli alberi, in qualche maniera, erano venuti a conoscenza del mio consiglio a Charlie ma non mi era successo niente.
Aveva ragione Charlie. Lui disse che i proprietari degli alberi preferivano avermi tra i piedi per potermi tenere sotto controllo anche quando giocavo sporco, facevano finta di nulla e mi davano pacche sulle spalle, i proprietari di alberi, e mi dicevano soddisfatti: “Continua così, Joe... e bravo il nostro Joe!”
Poi venne quel giorno!
Eravamo tutti lì, pronti per cominciare a buttarli giù gli alberi.
Charlie era già sul troco ad aspettare la corda ed io lì per passargliela...
Ebbi un'idea. Che si fece subito azione senza che io ci rflettessi nemmeno un po':
C'era una cassetta di legno lì vicino, proprio di quelle dove stipavamo le saponette che usavamo per lavarci le mani dopo il lavoro.
Vorrei dirvi ora della mia timidezza, della mia difficoltà di parlare in mezzo alla gente...
Riuscii a sconfiggerla quella paura: presi la cassetta e la rovesciai a terra, in mezzo a tutti quanti, ci saltai e mi misi a gridare fino a che il grido divenne una canzone che cominciarono a cantare tutti, anche Charlie da lassù!
In piedi su una cassetta di legno. Come cantando.
Lavoratori di tutto il mondo unitevi; lotteremo fianco a fianco per la libertà: e quando avremo il mondo e le sue ricchezze, agli sfruttatori canteremo una canzone: “Mangerai, prima o poi mangerai, se a cucinare imparerai; spacca la legna che ti fa bene, e mangerai, prima o poi mangerai.
Ora eravamo noi a darci pacche sulle spalle ed eravamo soddisfatti, molto soddisfatti, perché ci sentivamo più forti di prima, ora che sapevamo cantare insieme!
Scende.
La chiamavamo free speech fights, sacrosanta lotta per la libertà di parola…
Loro, i proprietari, non sopportavano che noi si tenesse questa specie di comizi agli angoli delle strade in piedi su cassette come questa. Arrivarono a minacciare l’arresto per chi solo ci avesse provato; se ti incontravano per strada con una cassetta in mano, cominciavano la tiritera: “Dove vai con quella cassetta, cosa hai intenzione di farci? Sei uno di quelli del sindacato eh?” e noi a loro: “Nossignore, nessun sindacato, Signore. Nella cassetta ci metto il sapone”
Ci voleva ben altro per impedire ai lavoratori di... cantare!
Dove eravamo, Charlie?
E quando? Te lo ricordi, Charlie?
Ah sì... era il mese di Novembre, Novembre 1909: John Panzer e Walter T. Nef erano due dei nostri. Vennero a sapere che c’era bisogno di loro a Spokane, nello stato di Washington; saltarono su un treno merci senza pensarci troppo e arrivarono a Spokane per prendere parte ad una delle più grandi battaglia per la libertà di parola che la storia ricordi.
Panzer e Nef come tanti altri, quando arrivò il loro turno, rovesciarono la cassa per il sapone e presero a fare propaganda fino ad essere arrestati come altri 600 lavoratori prima di loro. Tutti insieme, dandosi il cambio di volta in volta, in piedi su quelle casse per il sapone rovesciate!
Per cinque mesi uno alla volta i lavoratori saltavano sulle casse e parlavano sino a perdere la voce, sino a finire stipati dentro celle umide e piene di topi. Il coraggio e l’ostinazione di Panzer e Nef e di tutti gli altri, costrinsero le autorità locali a cedere: vennero tutti rilasciati e tornarono alla loro propaganda. Quella di Spokane fu una vittoria indimenticabile!
Si tennero un numero incredibile di free speech fights in giro per il paese...
Eravamo a Fresno vero Charlie?
Due anni dopo, il direttore della prigione fece scaricare acqua gelida dai pompieri addosso ai detenuti e nel 1912 a San Diego, Ben Reitman, uno dei nostri, venne rapito dai vigilantes che lo spalmarono di pece e gli appiccicarono sopra delle piume d’uccello fino a ricoprirlo completamente: i lavoratori organizzati non smettevano però di marciare, di tenere comizi sulle loro cassette per il sapone ed i poliziotti erano disorientati da tutta quella gente che accorreva per i comizi, le prigioni non riuscivano a tenere dentro tutti gli arrestati e succedeva sempre che erano i lavoratori a spuntarla sui proprietari d’industria, sulle autorità locali ed i loro uomini armati. Non c’era prigione negli Stati Uniti d’America che avrebbe potuto contenerci tutti, noi non ci stavamo stavamo dentro le loro celle strette, umide e piene di topi perchè eravamo un'unica grande unione e questa cosa, Charlie, la scirsse a caratteri cubitali sui muri della città perchè tutti potessero leggere: “ONE BIG UNION”!
La chiamavamo free speech fights, sacrosanta lotta per la libertà di parola…
C'è la questione della timidezza che ormai conoscete... quando riuscivo a sconfiggerla mi trovavo un posto molto frequentato che poteva essere l'incroci di due strade importanti o una piazza.
Rovesciavo la cassetta e ci saltavo su e raccontavo la storiella del ladro:
In piedi sulla cassetta rovesciata, di nuovo. Con enfasi come ad incitare la folla
Correte, correte tutti: al ladro! Al ladro! Forza, prendetelo, è lì… anzi no, è di là, correte prendetelo il ladro! Sta scappando, forza correte, acciuffatelo il ladro!
Quel maledetto mi ha derubato anche oggi, come ieri e ieri l’altro. Ha derubato me ma anche voi, il ladro.
La gente era preoccupata, voleva effettivamente darmi una mano...
E’ necessario che uniamo le nostre forze per acciuffarlo.
Mi spiego, signori: si da il caso che il ladro a cui si fa riferimento altri non è che il Signor Capitale.
Ma sì… è proprio quello che ci deruba quotidianamente, che approfitta del nostro lavoro per fregarci nostro malgrado. E’ un ladro questo Signor Capitale ed è giunto il momento di dargli la sveglia!
Al ladro! Al ladro! Acciuffate il Signor Capitale che ci vuota le tasche e ci riduce alla fame!
La gente non si incazzava mica quando si accorgeva dello scherzo.
Anzi: mi chiedeva di poter salire sulla cassetta e continuare a raccontare del Signor Capitale.
Scende.
La chiamavamo free speech fights, lotta per la libertà di parola… sacrosanta!
La gente accorreva da tutte le parti, tanta, numerosa, incuriosita ma senza capire cosa stesse succedendo così all’improvviso e noi, in piedi su quella cassa per il sapone a cantare, recitare, fare propaganda… ad aspettare di essere trascinati dentro da due energumeni in divisa ma, nello stesso tempo consapevoli d’essere immediatamente sostituiti lì sopra, su quel palco improvvisato.
Le nostre canzoni venivano riprodotte sui giornali, sui volantini, alcune venivano addirittura vendute in giro, sotto forma di spartiti, per finanziare la nostra organizzazione. Si tenevano concerti improvvisati, veri e propri comizi nelle piazze ma anche addiruttura nei teatri.
Eh Charlie! Vieni giù che c'è da fare propaganda!
Questa sera dobbiamo riempirlo il teatro!
Dai Charlie, non fare sempre lo scanzafatiche: non farmi incazzare ora, scendi una buona volta!
Ok: farò da solo. Anche questa volta.
(gridando) Questa sera, ore 21, teatr...
(indicando un megafono) Dici che viene meglio con quello, Charlie?
Fai sempre il professore, voi giovani sapete sempre tutto; perchè non vieni tu qui sotto a fare propaganda?
(con un megafono) Questa sera, 7 giu...
Cosa vuoi ora, Charlie?
Le piume?
Ah, le piume...
Ma sentitelo...
Signori e signore vi presento Charlie, l'esperto di propaganda e pubblicità.
... ma fammi il piacere!
Dunque: le piume, sì.
(lanciando le piume in aria come fossero coriandoli) Questa sera, 7 giugno 1913 alle ore 21 presso il Madison Square Garden di New York, si terrà lo spettacolo teatrale dal titolo: “Lo sciopero di Paterson”.
Questa sera! Ore 21: “Lo sciopero di Paterson” con la diretta partecipazione di 1.500 operai-attori figuranti provenienti dal setificio di Paterson nel New Jersey.
Accorrete in massa, ingresso gratuito!
“Lo sciopero di Paterson”, regia di Jhon Reed, scenari dello scenografo d'avanguardia Robert Edmond Jones.
“Lo sciopero di Paterson”, rievocazione dei momenti salienti della manifestazione operaia: lo sciopero, il martirio, il corteo funebre, l'allontanamento dei bambini, sotto la guida degli organizzatori Elisabeth Gurley Flyn, Carlo Tresca, Bill Haywood e con le musiche tratte dal canzoniere degli IWW!
Il canzoniere... Charlie, hai idea di dove sia finito il quaderno?
Lo hai perso di nuovo?
Eccolo!
Raccogliemmo queste canzoni in una specie di canzoniere... devo averlo da qualche parte, ora vorrei mostrarvelo.
Eccolo. Lo chiamammo “Il piccolo canzoniere rosso”.
Io stesso ho scritto canzoni e le ho cantate e suonate in giro. Niente di serio per carità… le mie canzoni ci davano dentro ma facevano soprattutto ridere: il signor Testa Quadra o il macchinista Casey Jones, due pezzi di crumiri che se ne volarono dritto dritto all’Inferno a spalare zolfo per conto del diavolo!
Quando battevo la mia timidezza, salivo sulla cassa e facevo la parte del diavolo.
Sulla cassa. Come in un free speech fight.
Casey Joens, dacci sotto a spalare zolfo: questo è il premio per il crumiraggio alla Southern Pacific!
I lavoratori che erano lì ad ascoltare ridevano di Casey Jones e di Testa Quadra ma si convincevano soprattutto della necessità di restare uniti nella lotta. Noi prendevamo così le distanze dai crumiri, ridendo di loro, cantandogli in faccia la loro miserabile condizione.
QUADRO 3
L’INDUSTRIAL WORKERS OF THE WORLD
Prende la sedia, la porta verso il centro, la gira e si siede al contrario.
Dal 1910 sono un membro dell’IWW che sta per Industrial Worker of the World, lavoratori d’industria del mondo intero.
Era il 1913 vero Charlie?
Sì... al 1913 sono segretario della sezione di San Pedro.
Fu il mio amico Bill Haywood che tutti chiamavamo Big Bill per via della sua corporatura enorme, fu lui insieme ad altri 220 delegati in rappresentanza di 60.000 lavoratori, ad aprire il congresso continentale della classe operaia che portò alla nascita dell’Industrial Workers of the World. IWW appunto.
Chicago. 1905. Ricordi, Charlie?
Dirompente Big Bill: non potete neanche immaginare il carisma di questo minatore dal fisico gigantesco mentre si rivolgeva ai delegati!
Ma non solo lui…
Presero la parola in tanti, un entusiasmo incredibile, c’era come il senso del nuovo a portata di mano.
C’era gente del calibro di Thomas Hagerty, Eugen Debs, Ralph Chaplin e le incredibili donne Elizabeth Gurley Flynn e Mamma Jones: tutti insieme, uomini e donne, alla fine, gridarono per tre volte “EVVIVA!” e tutti nella sala si abbracciarono, battendo le mani, saltando in piedi sulle panche di legno. Nacque così il sindacato degli Industrial Workers of the World, il sindacato di quei lavoratori rivoluzionari che presto tutti cominciarono a chiamare Wobblies.
Il grande Bill Haywood, rivolgendosi ai Wobblies, disse subito come stavano le cose perché tutto fosse chiaro sin dall’inizio: “Non mi interessa se i lavoratori specializzati si iscriveranno agli IWW oppure no!” Disse.
Perché non doveva essere come con gli altri sindacati di mestiere e corporativi che i lavoratori se li sceglievano ed ai quali chiedevano dei soldi per entrare; l’IWW apriva ad ogni tipo di lavoratore anche a quelli dequalificati, senza mestiere e senza potere, senza distinzione di razza, credo, colore, sesso.
A proposito della specializzazione Big Bill disse:“Nei macelli non ci sono più macellai, ci sono solo una infilata di uomini la cui specializzazione sta solo nel fare la loro piccola parte!”. Tutti i lavoratori, specializzati e non, dalla pelle bianca o nera o gialla, tutti noi eravamo la stessa cosa. Questo diceva Bill Haywood!
Ci convincemmo immediatamente che il nuovo sindacato era qualcosa di diverso da tutti gli altri: tutti i lavoratori insieme in una unica grande unione, per la prima volta nella storia!
E Charlie lo scrisse sulla parete in fondo alla sala, a caratteri cubitali perchè tutti potessero vederlo: “ONE BIG UNION”
Questo furono i Wobblies: internazionalisti, anarchici, socialisti, rivoluzionari… e per questo avevamo tutti contro, dalle associazioni imprenditoriali alle Trade Unions come l’American Federation of Labor, ai partiti politici, ai tribunali. Per neutralizzarci utilizzavano le milizie statali e private ma soprattutto i crumiri che non sopportavamo in nessun modo, che ostacolavamo con energia, decisione, con durezza se necessario: avevamo lo sciopero o anche una certa maniera di… prendercela comoda nel fare quello che dovevamo fare nelle fabbriche o nelle miniere, fino addirittura al rifiuto totale del lavoro.
Tra i Wobblies cominciò a girare quella che poi divenne una convinzione indiscutibile: “Un’offesa a uno è un’offesa per tutti!”
Charlie lo scrisse sui muri della città, anche questo scrisse!
Per questo ci sentivamo i più forti. E forse, per un certo tempo, lo fummo davvero.
QUADRO 4
LA CONDANNA A MORTE
Torna a sinistra, vicino alla sedia, come nell'interrogatorio. Il quaderno in mano.
E' solo un quaderno: ci sono alcune canzoni, degli spartiti...
Non capisco come possa essere usato come prova a mio carico!
Il mio nome è Joel Emmanuel Haggland.
Non sono stato io ad uccidere i Morrison, quella notte non ero nel loro negozio.
Non ho nulla da confessare, neanche se a chiedermelo fosse il Presidente degli Stati Uniti in persona.
Massima collaborazione.
Certo, massimo rispetto per le autorità dello stato dello Utah.
Ci mancherebbe altro.
ma...
Non posso confessare un omicidio che non ho commesso.
Non sono io l'uomo giusto che dite di avere catturato.
Il mio nome è Joel Emmanuel Haggland.
Si siede d'improvviso
Ci sono buoni motivi per credermi estraneo all’omicidio dei Morrison: c’è la questione dei proiettili, c’è che io non potevo essere contemporaneamente in quella drogheria ed altrove, ci sono altri indiziati su cui poco si è indagato, ci sono testimonianze di persone che…
Ma la verità è che i giochi sono già fatti ormai: la mia condanna a morte è necessaria agli… affari dei proprietari delle miniere di rame. Sono loro che decidono della mia vita. Non i fatti.
Certo, potrei immediatamente rivelarli i fatti e dire che il proiettile che mi sono beccato proprio qui, non è partito dall’arma dei Morrison ma da…
Potrei rivelarvi che a causa di una donna…
Potrei esporre i fatti e fare i nomi delle persone… la donna con cui ero, l’uomo che mi ha sparato a bruciapelo accecato dalla gelosia…
Ma non sono uno che parla, io.
E poi non servirebbe a nulla perché i proprietari delle miniere di rame troverebbero il modo rovesciarli ancora… i fatti.
Mi aspetta il plotone d’esecuzione lì fuori: ne ho già prese tante di pallottole e certo qualcuna in più non farà la differenza.
Per carità, non voglio passare per un eroe… ora ho paura, molta paura, non voglio morire.
Ma cosa posso fare per evitarlo?
Nulla. Nulla.
Ed allora non resta che sperare che tutto accada al più presto, l’attesa mi fa paura, questa paura è insopportabile.
In piedi. Di nuovo.
Il mio nome è Joel Emm...
Basta, non vi dico più il mio nome, l'ho fatto decine di volte: basta con questo giochino.
Presto, fate presto e soprattutto vorrei dire ai miei compagni, se potessero ascoltarmi, lì fuori a loro, a Charlie io direi: non piangete per me, non perdete tempo a farlo ma organizzatevi piuttosto, organizzatevi!
Vorrei essere io a comandare il plotone di esecuzione.
Fuoco!
Bastardi, fuoco!
Si sentono colpi di pistola. Molti.
Fine