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D:
Partendo dalle trasformazioni che hanno interessato il mondo e le figure
del lavoro, trasformazioni che hanno portato a una progressiva
precarizzazione, e atomizzazione delle relazioni fra gli stessi lavoratori,
tu parli a questo proposito di indifferenza, in che modo questo tipo di
dispositivo si inserisce nelle dinamiche del controllo sociale a livello
generale.
R: Il paradigma a fondamento del controllo del lavoro è identico a quello
che regola ogni relazione e produzione sociale .
Esso si fonda sulla nozione di controllo preventivo.
Mentre nel paradigma della modernità pesante, si attendeva che un reato
fosse commesso, e una volta verificatolo lo si puniva, oggi in seguito al
passaggio nel paradigma della modernità fluida, non si attende che il
soggetto commetta il reato, ma si prevede che un soggetto possa compiere un
reato, e lo si penalizza preventivamente.
Inoltre all’interno del primo paradigma l’intervento avviene direttamente
sul reo, mentre nel secondo si individua attraverso un calcolo
probabilistico
un soggetto collettivo considerato a rischio. Ad esempio si considera come
cosa probabile che un migrante senza lavoro, senza casa, commetta un reato,
e allora lo si reclude in un CPT.
Si è arrivati alla reclusione senza reato, dispositivo che abbiamo già visto
agire nei campi di concentramento.
D: Tu parli di un soggetto controllore di sé stesso che si autodisciplina
e normalizza ai canoni sociali. Il disagio è immediatamente patologizzato,
e si traduce spesso in pratiche di violenza, autolesionismo, depressione.
A questo proposito possiamo dire che il teatro del conflitto si sposta dal
confronto con l’istituzione al corpo stesso?
R: Si, è possibile vedere un trasferimento dei dispositivi all’interno della
persona che diviene attore dell’istituzione attraverso un processo di
autoregolamentazione che lo porta a dissociarsi da sé.
Ad esempio quando un giudice concede la semilibertà a un detenuto, gli fa
firmare un foglio in cui sono scritte le regole del comportamento da
seguire.
Il detenuto lo firma e diventa carabiniere di sé stesso: una parte di sé
vorrebbe uscire, fare tardi non rispettare quelle regole ma l’altra parte
comanda di obbedire e censurarsi.
D: Dato che le forme del controllo agiscono direttamente sulla vita ,
permeandone tutti gli aspetti e inducendo bisogni, è possibile uscire da
questa gabbia attraverso un esodo che porti alla creazione di un corpo mai
più organizzato?
R: Sicuramente è possibile, perché noi dobbiamo pensare di avere una
possibilità dinanzi a noi, però le vie mediante cui ci si organizza in
questo momento sono imperscrutabili.
Sicuramente bisogna partire dalla riaPpropriazione di sé e degli altri
insieme, si tratta di un percorso che deve fare i conti con le identità
multiple: l’altro non è fuori da te, questa è la strada.
D: A proposito della ricerca di una via per inventare una nuova opzione
politica, ritieni che l’utilizzazione delle nuove tecnologie informatiche
e della rete telematica possa essere lo strumento più efficace per
organizzare una lotta globale e creativa che svincoli il corpo
dall’involucro del Significante Supremo e renda meno utopico di ieri il
configurarsi trasversale di reti rizomatiche di individui liberi?
R: Si e no .
Perché la rete connette ma disconnette con la stessa facilità.
Si può staccare la spina e uccidere l’interlocutore, quindi lavorare sulla
rete va bene ma bisogna anche tenerne presente il rischio.
Il punto centrale è la dimensione della vita di relazione, gli uomini si
toccano e imparano nuove modalità di relazione.
D: Un’ ultima domanda sul Movimento: noi pensiamo che stia attraversando una
fase di stallo prodotta da una sorta di scollamento dai flussi concreti più
significativi, e che rischi di chiudersi al confronto dialettico con la
realtà. Credi che questo sia solo un passaggio ed una fase di preparazione
ad un salto qualitativo in avanti?
R: Innanzitutto il Movimento è un’astrazione: siete tanti, ognuno, reti,
fantasie, anche trucchi.
La cosa importante è non guardarlo in modo ingenuo, al suo interno vi sono
anche detriti e cose vecchie. Di molto positivo questo Movimento si chiede
una cosa: il modo di stare insieme che non ponga come centro la condivisione
dello stesso punto di vista, ma lo fonda sul conflitto, sul confronto, se
pensato in questo modo allora è davvero un processo infinito.
Elena Motolese-Fiorella Paone
Alter@zioni-Pescara
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