|
APPUNTI SU ANTIGONE |
Antigone è la figura immortale della ribellione all’autorità e della resistenza al Potere, emblema dell’antiautoritarismo. Con il suo comportamento non si propone di cambiare le leggi della città, nè di vincere sulle ingiustizie del Potere, ma esprime il rifiuto ad adeguarsi ad un ordine che la tocca da vicino e al quale non vuole piegarsi. Il suo è un puro atto di disobbedienza, che trova in se stesso la sua conclusione. Ella non cerca mai lo scontro frontale con il Potere, agisce direttamente al di fuori di esso, conferendo immediatamente ai suoi gesti una grandissima forza. Il suo comportamento supera qualsiasi contesto storico e politico, è al di là di ogni logica di stato. Il suo gesto è segno di una forte rottura, di una discontinuità storica che non permette di essere ignorata. La forza insita in tale gesto di disobbedienza è data dal fatto che esso si muove su un piano totalmente altro rispetto a quello del Potere, inserendosi nella linearità della concatenazione storica, de-strutturandola e deviandone per sempre il corso. Il gesto di Antigone è quello che Foucault definirebbe una rottura epistemologica, in quanto segna il momento in cui la causalità razionale degli eventi entra irrimediabilmente in crisi, portando il movimento storico a deviare dal suo corso. Con Derrida possiamo dire che Antigone è una figura inammissibile all’interno dell’ordine sistemico, e ne segna il fuori radicale. Ella mette in crisi la funzione rappresentativa di per sé, e con questo compromette quell’orizzonte di intelligittimità che dovrebbe garantire la coerenza dello stato. Antigone è sola nel suo amore e nella sua ribellione perché sceglie consapevolmente di essere tale. Rifiuta di appartenere ad un sistema morale che si basa sull’opportunità politica, mentre gli altri personaggi ( eccetto Tiresia, ma in maniera peculiare e diversa da quella di Antigone) vi sono tutti totalmente inseriti. Il dialogo della non-comunicazione procede per tutta la tragedia, rendendo sempre più evidente che l’equilibrio dialettico che Hegel aveva ricercato non può in nessun caso esistere. La morte, alla quale guarda lucidamente e liberamente ha un significato che supera del tutto la volontà e la comprensione di Creonte. Antigone esprime il rifiuto per la logica del potere e la forza della posizione anarchica. Agisce sempre e solo conformemente alla sua natura, e il suo atteggiamento insiste sulla mancanza di qualunque alternativa. L’atto di rivendicare la propria azione è un’ulteriore ribellione che raddoppia la gravità del precedente. E’ nell’affermazione linguistica che il gesto si compie, ed è con tale consolidamento linguistico che Antigone rivendica il suo esserne l’autrice.
La condanna per il gesto di Antigone è tanto più forte in relazione al suo essere donna, fatto che mette a nudo la paura intima del re tebano di non saper fronteggiare una sfida che si muove su un piano diverso di quello classico dello scontro frontale. Ella, infatti, parlando una lingua totalmente antiautoritaria, smaschera l’artificiosità della figura di Creonte, mettendo a nudo la struttura innaturale e meccanica del suo atteggiamento. Il lessico di Creonte è quello della guerra, arte maschile per eccellenza. L’unico criterio di giudizio che adopera è l’utile della città, facendo di esso un criterio superiore ad ogni altro. Di fatto confonde la città con il suo volere personale: alla frequenza del termine “città” fa significativo riscontro la frequenza del termine “io” e i costrutti sintattici che enfatizzano la presenza determinante del soggetto. Il Potere avverte istintivamente il potenziale eversivo del gesto di Antigone, un gesto che parla il linguaggio dell’amore. Come Marcuse ha chiaramente spiegato in “Eros e Civiltà” il potere riesce a ottenere e mantenere il controllo sui corpi con la tecnica della sublimazione repressiva, ossia deviando su oggetti ideali ( Creonte lo fa con il bene e l’utile della città) l’impulso vitale dell’amore e del sesso. Nel quadro finale, Creonte, completamente ridicolizzato nella sua virilità, si trova fra il cadavere della moglie e quello del figlio. K. Reinhardt vede in Creonte l’emblema della limitazione intellettuale. Ciecamente attaccato a quelle norme di cui si fa scudo, non vede che è proprio l’attaccamento fideistico a queste che lo porterà alla rovina. La sua natura volgare lo porta a non potersi confrontare con la sensibilità innovatrice di Antigone.
|